InFondoAllaStrada

..siamo tutti in fondo ad una strada…..

Carne morta – parte V

luglio27


di Enrico Graglia
Mangiano barrette energetiche con il marchio dell’Eden e bevono dai contenitori termici litri su litri di acqua; il caldo li disidrata in fretta. Soltanto Jack rifiuta ogni cosa e sbocconcella della carne in scatola che si è portato dietro in una piccola sacca, accompagnandola con una bevanda giallastra, forse un integratore di sali minerali.
«Io non butto giù la loro merda.», dice.
Gli altri si stringono nelle spalle.
È sorta da poco l’alba e il mezzo sta scendendo lentamente fino al fondo di un ampio canyon, seguendo quella che sembra una vera e propria strada di terra battuta, piena di tornanti, in gran parte scavata nella viva roccia. È come sprofondare nella terra un po’ alla volta.
«Chi ha voglia di guidare questa bellezza?», chiede il pilota, quasi urlando per farsi sentire dagli altri, che mangiano seduti nel cassone.
Kalil si alza, bevendo un ultimo sorso d’acqua.
«Vengo io.», dice.
«Ce l’hai la patente, eh?», sghignazza Jack, come se fosse la migliore battuta del mondo.
Nessun’altro ride.
I due si scambiano di posto, senza fermarsi. Rallentano l’andatura del mezzo quel tanto che basta, ma non sono previste soste, se non indispensabili: un obiettivo in movimento è più difficile da colpire di uno fermo.
«Jean-Claude.», si presenta il pilota.
Stringe la mano a tutti, poi si mette seduto, appoggia le spalle al parapetto che circonda il cassone e, finalmente, si rilassa. Ha guidato per ore.
«Volete un sigaro?», chiede.
Mohamed ne prende uno.
«Non se ne trovano tanti in giro, di quelli.», commenta Jack.
«Oh, no.», conferma il pilota, con un sorriso di denti bianchissimi, che contrastano con la pelle scura. «Ma dopo questo carico potrò averne quanti ne voglio. Posso essere generoso.»
Ride e tira una boccata.
«Ottimo.», si complimenta Mohamed. «Tu perché sei qui?»
«Non so.», si stringe nelle spalle il pilota. «Conosco questo posto. Sono nato a poche miglia da Saint Desert e questa strada posso farmela a occhi chiusi. Almeno, da ragazzino potevo. Poi sono finito sulla Transoceanica a guidare gli autocarri. Dio, quante ore passate al volante!»
«Ho sentito parlare della Transoceanica.», dice Jack. «Dicevano che negli ultimi anni, quando era già iniziata questa cosa dei morti che tornano in vita, là era pieno di predoni.»
«Ed è la sacrosanta verità.»
«Ne hai mai incontrati, eh?»
«Ne ho uccisi alcuni, che il Cielo mi perdoni.»
«Ti avevano fermato con l’autocarro?», si interessa Mohamed. «Per rapinarti?»
«Sì.», annuisce. «E non una volta sola: diciotto!»
«E alla fine sei riuscito a eliminarli?»
«Li ho eliminati ogni santa volta. Non tutti, ma la maggior parte. Avevo il mio fucile a pompa, l’abitacolo corazzato e i vetri antiproiettile. E poi le mie pistole: calibro 45! Queste non sbagliano un colpo.»
Tira fuori dalla cintura due Colt con il calcio in legno, che sembrano risalire ai tempi della far west, ma luccicano come spade appena forgiate e sguainate al sole. Le mostra con orgoglio, quasi fossero dei trofei.
«E tu, invece?», chiede Jack, rivolgendosi a Mohamed. «Perché sei qui, eh?»
«Studio l’intelligenza dei morti viventi.»
Nik alza lo sguardo per la prima volta da quando i compagni di viaggio hanno iniziato a parlare, improvvisamente interessato.
«Cosa studi, scusa?», chiede Jack, con l’aria di chi è convinto di aver capito male.
«L’intelligenza dei morti viventi.», ripete Mohamed, scandendo le parole. «Nei territori dei vivi ci sono ancora delle università. E io ho una cattedra: insegno. E scrivo. Probabilmente sono qui grazie alla mia ultima opera, che dev’essere finita nelle mani giuste: un manualetto dal titolo un po’ goliardico, Sociometria dell’Oltretomba, in cui sostengo, sulla base di studi scientifici, prove e testimonianze, che i morti possano pensare, comunicare, riunirsi in gruppi e avere quella che noi definiremmo una vita sociale.»
«Cos’è la sociometria?», chiede Nik.
Jack si volta a guardarlo, quasi stupito di averlo sentito parlare.
«È la scienza che studia i rapporti umani all’interno dei gruppi. Credo che i morti possano instaurarne, anzi, ne sono convinto. E il comportamento di quelli che ci hanno assaliti poco prima del tramonto ne è una delle tante prove.»
«Credi che tutti i morti pensino?», domanda ancora Nik.
«Non lo so.», scuote la testa Mohamed. «Ma sono certo, al di là di ogni ragionevole dubbio, che alcuni di loro lo facciano. E, forse, siano in grado di coordinare gli altri; di impartire loro degli ordini, come potremmo fare noi con un cane.»
«Stai scherzando, vero?», chiede Jack.
«No, affatto.»
«Ed è per questo che saresti qui?», sbotta. «Non perché sai sparare o sopravvivere nel deserto o guidare mezzi corazzati o trasportare organi o che cazzo ne so? Per questo?»
«Sì, perché questo posto, la Depressione, è il luogo ideale in cui potrebbero formarsi dei gruppi di morti viventi, all’interno dei quali si potrebbero sviluppare rapporti di vario genere. E questa possibilità, secondo MacAllister, forse andrebbe presa in considerazione. Ecco perché voi siete qui. Non per fare il tiro a segno su dei bambocci che inseguono belle fanciulle con le braccia tese e strascicando i piedi, ma per fronteggiare qualcosa di più.»
«Ma qualcun altro avrà fatto questo stesso viaggio, no?»
«Sì.», annuisce Mohamed. «Di solito in elicottero. Ma li hanno finiti. L’ultimo è stato abbattuto due mesi fa.»
«Abbattuto?», chiede Jack, che non crede alle sue orecchie. «Ma da chi?»
Mohamed allarga le braccia.
«Non lo sanno.», dice.
«Tu credi che siano stati i morti?», chiede Nik.
«È una possibilità.»
«Voi siete pazzi.», dice lentamente Jack, quasi sillabando le parole. «Pazzi.»
«Forse ha ragione.», dice Jean-Claude. «Altrimenti perché ci pagano un milione a testa? È tanto per percorrere questo pezzo di strada. È pericoloso, sì. E la presenza di questi rianimati affamati fa le cose più difficili. Ma non è abbastanza per un milione. E, se il viaggio si può fare diversamente, credo che quelli hanno abbastanza soldi e risorse per farne uno al giorno, adesso che il governo non controlla più niente.»
Nik smette di ascoltare. Finisce la sua barretta energica, che sa di mandorle e di qualcos’altro che non riesce a capire, e butta la carta fuori dal cassone. Poi manda giù un sorso abbondante d’acqua. Sta pensando a quando Michelle gli ha chiesto di spararle; e non l’ha fatto. Credeva di averla abbandonata a un’eternità di orrore bestiale, di buio e ferocia. Invece, forse, l’ha condannata a qualcosa di peggio: la consapevolezza.
Al diavolo, un morto è un morto, pensa.
E ricomincia a smontare e rimontare il mitragliatore.
«Se i morti sono in grado di riunirsi in gruppi.», sta dicendo Mohamed. «E di instaurare dei rapporti all’interno dei medesimi, nel senso che non stanno soltanto gli uni vicino agli altri, come in un gregge di pecore, ma instaurano tra di loro dei rapporti di interazione e collaborazione… ecco, se sono capaci di fare questo, allora possono dare origine ad una società.»
«Come la nostra?», chiede Jean-Claude, che sembra sinceramente interessato e aperto a quelle ipotesi ai limiti dell’incredibile.
«Sì.», risponde Mohamed. «Proprio come la nostra. Con obiettivi diversi, certo, e con proprie regole e fondamenti, ma in tutto e per tutto simile a quella che noi vivi abbiamo costruito, mattoncino dopo mattoncino, nell’arco di secoli. Ed è possibile che per i morti viventi il processo sia molto più rapido, perché hanno già fatto esperienza di vita sociale, sono stati parte di una società. Quanto potrebbero impiegare a crearne una simile, anche solo per emulazione? Forse qualche decennio, credo. Ma magari anche meno. Dipende dalla loro intelligenza, dalle capacità che hanno conservato, da una serie di variabili che non sono nemmeno in grado di prendere in considerazione a priori. Ma la possibilità c’è. E se tutto questo è vero, ed io lo credo profondamente, allora potremmo trovarci a contrastare non più una specie di malattia, di peste nera, di piaga, ma una vera e propria civiltà, a noi totalmente aliena. Sarebbe come combattere contro degli extaterrestri, ma perfettamente radicati nel nostro territorio. E sarebbe tutto un altro tipo di lotta, molto più impegnativa. Molto più devastante.»
«Se sono intelligenti.», riflette Jean-Claude, pensieroso. «Che Dio non voglia, sarà l’inferno in terra, peggio di quanto lo è già.»
«La piantate di dire stronzate, eh?», li apostrofa Jack. «C’è gente che stanotte non ha chiuso occhio e vorrebbe dormire. E poi basta con queste storie dei morti che ragionano, che mettono su gruppi, società, civiltà… insomma, sono morti, avete presente? Hanno il cervello spento, niente più neuroni: niente di niente. Sì, vanno in giro, camminano, mangiano. Ma non pensano più di quanto pensino un cane o una giraffa, merda!»
«Li hai visti buttarsi sotto le ruote per fermarci?», gli chiede Mohamed, pacato.
«Sì.», ammette Jack. «Ho avuto questa impressione, e allora?»
«Allora, sacrificarsi per il bene altrui significa superare l’individualismo. E sopra l’individuo, c’è il gruppo. Come sopra il gruppo c’è la società. È come una struttura piramidale.»
«Perché non gli credi?», domanda Jean-Claude, sinceramente stupito. «Non eri tu che dicevi che all’Eden cercano l’immortalità, che Dio ci perdoni?»
«Sì.», ammette Jack. «Ma è diverso.»
«In cosa?»
«I morti non pensano.»
«E chi lo dice? Una volta non camminavano nemmeno. Non ti mordevano e non ti mangiavano, ma adesso sì. Se questo è possibile, perché non dovrebbero pensare?»
Di nuovo, Nik cerca di estraniarsi da quelle chiacchiere. In fondo, pensa che non sia altro che un modo per passare il tempo di quel viaggio, per annegare la noia e il timore che qualcosa possa minacciarli da un momento all’altro.
Infila il caricatore nel mitragliatore, con uno scatto secco, e toglie la sicura. Poi la rimette. Fa piacere maneggiare un’arma così bilanciata, efficiente, precisa. Dai tempi dell’esercito, apprezza cose come quella.
Già, il fottuto esercito, pensa.
È contento che i suoi compagni abbiano cambiato discorso prima che toccasse a lui spiegare il motivo per cui si trova lì. Perché non ha voglia di farlo. Non vuole neanche pensarci.

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