Carne morta – parte IV
di Enrico Graglia
Uno scossone al mezzo lo sveglia. Le urla vengono un attimo dopo; poi gli spari. I mitragliatori fanno un bel lavoro: le teste dei morti scoppiano come mele marce. Nonostante questo, quelli rimasti continuano ad attaccare, approfittando del pendio che costringe il pilota a rallentare.
Pezzi di merda, pensa Nik.
Si tira su, ormai fuori dai sogni. Prende la sua arma e si sporge oltre il bordo del cassone. Per poco un morto non lo azzanna alla gola. Fa fuoco. Il mitragliatore gli sussulta tra le mani e il cadavere rianimato è spinto all’indietro dall’impatto dei proiettili; rotola sotto le ruote del mezzo, che ne fa una poltiglia, schiacciandogli il cranio senza neanche un sobbalzo.
D’istinto, spara ancora. Falcia altri due morti. Il cervello schizza, di sangue invece non c’è traccia: quello che avevano nelle vene è coagulato da tempo e probabilmente non si nutrono da giorni. Hanno la pelle scura, cotta dal sole, e le ossa in evidenza: magri da far paura, consumati. In pochi istanti sono tutti nella polvere e il mezzo passa oltre: non è stato neanche necessario usare i lanciagranate o la mitragliatrice.
«Buongiorno, eh!», lo saluta Jack.
È sorridente, ha l’aria di uno che si è divertito.
Nik gli rivolge un cenno con la mano; ha dormito solo un paio d’ore e adesso il sole è al tramonto. Kalil e Jack hanno coperto il cassone con quello che sembra un telo di plastica termica blu, che scorre su un’intelaiatura di metallo e fili trasparenti, a cui non aveva neppure fatto caso; è stata un’ottima idea, altrimenti il sole li avrebbe cotti come hamburger.
Intorno, il paesaggio è cambiato: ora il mezzo si sta inerpicando lungo un declivio che segna le prime propaggini di quella che sembra una bassa catena montuosa, o più probabilmente l’orlo di un canyon. Anche lì, comunque, si vedono solo pietre e sabbia.
«Quanti erano?», chiede.
«Una ventina.», risponde Jack, compiaciuto, lucidando con un panno la lama della spada. «In gruppo. Come una specie di mandria. Sono sbucati da dietro un costone di roccia e i primi si sono buttati sotto le ruote per rallentarci, poi gli altri hanno provato a salire. Stupidi non-morti!»
«Rallentarci?», si meraviglia Nik. «Hai avuto l’impressione che avessero una specie di… strategia?!»
Jack sghignazza.
«No!», scuote la testa. «Ma quale strategia… dico solo che hanno cercato di rallentarci con quei loro corpi morti. Come quegli animaletti che si buttano in massa dalle scogliere. Com’è che si chiamano, eh? Quelle specie di topi.»
«I lemming.», lo aiuta Kalil, inserendo un caricatore nuovo nel suo mitragliatore.
«Eh, quelli.»
Nik sta zitto, stropicciandosi gli occhi. Per quanto la sveglia sia stata brusca, è ancora mezzo addormentato e non gli è passato del tutto il sonno. Tira fuori il suo pacchetto di Camel e ne accende una; la nicotina lo terrà sveglio per un po’. Non ha voglia di intavolare una discussione, ma pensa che ci sia una bella differenza tra l’istinto suicida che spinge degli animali ad affogarsi senza motivo e il sacrificio di alcuni membri di un gruppo per permettere agli altri di raggiungere un obiettivo. Non è uno studioso, non sa niente di niente di psicologia, sociologia o quant’altro, ma pensa che un comportamento come quello implichi comunicazione e organizzazione. E i morti non parlano e non pensano, se non a un livello elementare. O, almeno, è quello che crede lui.
«Era pianificato.», dice Mohamed Kajamhil, l’arabo taciturno che il grassone ha scelto come quinto componente del gruppetto suicida. In sovrappeso, con una barbetta nerissima e occhialini rotondi dorati, sembra più un professore che un mercenario, ma sa usare il mitragliatore con discreta perizia e l’ha appena dimostrato nel piccolo attacco che hanno subito.
«Allora parli la nostra lingua, eh?», ride Jack.
«Pianificato?», chiede Kalil, come se non comprendesse il significato della parola.
«Sì, studiato a tavolino, intendo.», prosegue Mohamed. «I primi che sono usciti da dietro le rocce si sono buttati volontariamente sotto le ruote per rallentarci e tentare di fermarci, in modo che i secondi potessero salire a bordo. E l’hanno fatto scientemente.»
«Sapevano cosa facevano, secondo te?», chiede Kalil, sbalordito. «Cioè si erano messi d’accordo?»
«Lo avresti pensato, se fossero stati vivi?»
Ci riflettono tutti per un attimo.
«Sì.», risponde Kalil.
Mohamed allarga le braccia.
«Mi ricorda un film di tanti anni fa.», dice Jack. «C’erano dei mostri, degli alieni, ferocissimi. Li chiudevano in una specie di gabbia per studiarli e avevano il sangue che era una specie di acido, che corrodeva tutto. E lì dentro, in gabba, due di loro ne uccidevano un altro per fargli uscire il sangue e bucare il pavimento in modo da uscire. Perché erano in grado di pensare. Erano… come si dice, eh?»
«Senzienti.», lo aiuta Mohamed, annuendo. «Proprio così.»
Nik getta il mozzicone di sigaretta oltre il bordo del cassone, augurandosi che incendi quel mondo fottuto, in cui i morti camminano e pensano. Sta iniziando a dubitare che un milione sia poco, per affrontare delle schiere di morti in grado di organizzarsi. Ma, fondamentalmente, non crede che ci riescano davvero. Ne ha affrontati a decine, nella gabbia del suo locale, e ha sempre visto occhi pieni solo di rabbia e ferocia: nessuna astuzia.
«Come sto, querido?», chiede Michelle.
Si sta provando un cappello di paglia rotondo, in quel negozio di abbigliamento dalle vetrine in frantumi, i manichini spogli e i muri e gli specchi coperti di macchie e schizzi di sangue annerito dal tempo.
Sorride.
«Sei splendida, piccola.», dice lui. «E che ne dici di questo?»
Nik indossa un berretto simile a quello che portavano i poliziotti, quando ancora ce n’erano. È scuro, con la visiera nera di plastica. Gli sta largo e gli ricade fin quasi sulle orecchie: è buffo. Ne ridono insieme e lui fa finta di mettersi sull’attenti.
«Riposo sergente Kremmer!», lo canzona lei.
Si abbracciano e si baciano. Il cappello di paglia cade sul pavimento coperto di polvere. Il sole sta tramontando e colora tutto di arancione: i manichini, il sangue, la loro pelle. L’ombra dell’Harley-Davidson, parcheggiata fuori, si allunga all’infinito su una strada deserta e piena di crepe.
«Sarà sempre così?», gli chiede.
«Finchè si può.»
È un momento felice, nonostante tutto. Il mondo sta andando alla fine, c’è sangue ovunque, i morti camminano sulla terra, ma loro due stanno bene: sono insieme, ridono, mangiano, corrono e fanno l’amore. Non c’è altro che importi, soprattutto ora che le borse laterali della moto sono piene di cibo e di ogni cosa vogliano portarsi dietro e che non hanno più bisogno di lavorare, perché tutto è a portata di mano, anche se non si sa per quanto.
«Quando non potremo più.», mormora lei. «Sparami.»
Lui la guarda.
«No, che non ti sparo.», sorride, facendo una pausa. «Ti amo.»
E si baciano di nuovo, più a lungo stavolta. E più dolcemente. Ma a lui quelle parole torneranno in mente. E si chiederà se, in qualche modo, lei sapesse già come sarebbero andate le cose. Quello che avrebbe fatto. Come sarebbe finita.
«Andiamo.», le dice.
«Questa me la porto!», esclama lei, sollevando una borsetta con il marchio Prada. «Sai quanto la facevano pagare, una così?»
«No.»
«Neanch’io, non mi sono mai potuta permettere neanche di guardare i prezzi. Ma tanto, ci puoi scommettere. Troppo!»
Se la mette a tracolla, poi lo segue fuori, passando per la vetrina in frantumi. Lì qualcuno ha dato fuoco a uno dei manichini: la faccia si è sciolta e la bocca ora si allarga dal naso al petto in un urlo muto e mostruoso.
«Me lo sognerò stanotte, questo cazzo di coso.»
«Hai visto di peggio, piccola.», commenta lui, accendendo il motore dell’Harley-Davidson, che romba come un tuono. «Molto di peggio.»
«Sì, ho visto te la mattina.», lo prende in giro, montando sulla sella dietro di lui, con la borsa di Prada ancora a tracolla. «Vai, querido, fammi volare!»
E Nik spalanca la manetta dell’acceleratore, lasciando che la moto li porti via a tutta velocità da quel negozio abbandonato; Michelle gli stringe forte le braccia intorno alla vita, mentre sfrecciano verso l’orizzonte infuocato dal tramonto.
