Carne morta – parte III
di Enrico Graglia
Il paese di Saint Desert è un pugno di case abbandonate. Ci sono macchine parcheggiate nei vicoli, coi vetri sfondati e i sedili marci. Nell’unico negozio di alimentari c’è ancora un po’ di roba sugli scaffali: scatole di fagioli, salsa di pomodoro, bottiglie d’acqua. Nessuno li ha ancora razziati, ma prima o poi succederà. Il cibo comincia a scarseggiare, e peggio ancora le bevande. Si arriverà a uccidere per un sorso di acqua fresca.
Dove sei, grassone?, si chiede Nik.
Segue la strada principale, che punta dritta sul deserto, e attraversa una piazzola. C’è un chiesa, con una grande croce di metallo arrugginito sul sagrato. Ci hanno incatenato un morto, che si dibatte debolmente, mentre le mosche gli volano intorno; è in avanzato stato di decomposizione, ma se qualcuno lo staccasse da lì potrebbe ancora provare a mordere. Sul muro della chiesa qualcuno ha scritto TUTTI FIGLI DI DIO e, subito sotto, un’altra mano ha aggiunto O TUTTI FIGLI DI PUTTANA? in grandi lettere scarlatte, tracciate con vernice e pennello.
C’è ancora qualcuno che ha voglia di fare lo spiritoso, pensa Nik con un sorriso.
Ferma la moto, spegne il motore e scende. Si guarda intorno: nessuno. Il morto legato alla croce rantola. Sembra che cerchi di parlare, ma nessuno di loro l’ha mai fatto in sua presenza. Non articolano i suoni, fanno solo dei versi incoerenti: urla, grugniti e rugginiti. Per quanto lo riguarda, sono solo bestie affamate.
«Vaffanculo.», mormora.
Tira fuori la pistola e spara in testa al morto, che si affloscia.
«Bel colpo.», si complimenta una voce alle sue spalle. «Prova con uno libero!»
Nik si volta di scatto, puntando l’arma verso un ragazzo che deve aver passato da poco i vent’anni. Fisico asciutto, capelli biondi ingellati, occhiali da sole con lenti arancioni e guanti neri di pelle. A tracolla ha un fodero di cuoio con una spada simile alle katane dei samurai.
«Ehi!», dice ridendo. «Stavo solo scherzando.»
Nik abbassa l’arma.
«Hai visto il grassone?»
«No. Mi sa che sono arrivato per primo. Quindi sei qui anche tu per il trasporto, eh? Pagano anche te due milioni?»
«Due milioni?»
«Ah! Ci sei cascato. No, scherzo: un milione per tutti. Niente male, eh? Io per iniziare mi ci voglio comprare una macchina. Non ne ho mai avuta una e da dove vengo io due tizi si sono già sparati addosso per un gallone di benzina, ma voglio provare una di quelle cose a quattro ruote. Vanno forte, eh?»
«Già.»
«E quell’affare lì? Una moto. Credevo non ne facessero più.»
«No, infatti. È un modello vecchio.»
«Di macchine invece ho sentito che ne fanno ancora. Dicono che qualche catena di montaggio è rimasta in funzione: tutto automatizzato, sfornano questi veicoli e poi restano lì, nessuno li vende o li compra. Ogni tanto chi vuole ci va e se fotte uno, gira per un po’, poi finisce il carburante e se non sa dove trovarlo lascia la macchina dove si ferma.»
«Ah.»
«Tu non parli molto, eh? Io sono Jack. Cioè, mi chiamo William Leyron Jackson, ma tutti mi hanno sempre chiamato Jack, quindi va bene anche per te. E tu? Come ti chiami?»
«Nikolaus.»
«Non sei di qui, eh?»
«No.»
«Da dove…»
«Zitto.», gli intima Nik, portandosi un dito davanti alla bocca. «Arriva qualcuno.»
Il rombo di un motore, all’inizio appena udibile, si avvicina in fretta. Dopo un attimo, una Chevrolet rossa decapottabile esce da uno dei vicoli e si ferma davanti a loro, sollevando una nuvola di polvere. Ne scende un uomo sui quarant’anni, con la barba grigia e i capelli lunghi e brizzolati, che contrastano con la carnagione scura. Porta una benda sull’occhio destro, un giubbotto, dei pantaloni mimetici e grossi stivali neri. Ha le spalle ampie e la muscolatura di un lottatore.
«Il ritrovo è qui?», chiede, rivolgendosi subito a Nik.
«Crediamo di sì.»
L’uomo gli si avvicina e gli porge la mano.
«Kalil.», si presenta.
«Nikolaus.»
«E tu, ragazzo?»
«Io sono Jack. Bella macchina! »
«Grazie.»
«Quanti ne hai fatti fuori per un pieno, eh? Scherzo, scherzo. Dalle mie parti è già capitato. Cioè, che si facessero schizzare le cervella per il carburante, sai. E tu da dove vieni, eh? Dal sud?»
«Indovinato.», risponde Kalil, tornando all’auto e tirando fuori dal baule un grosso zaino. Apre una chiusura lampo e ne estrae una borraccia. Beve un sorso, poi la mostra ai compagni.
«Sete?»
«No.», scuote la testa Nik.
«Un goccio, volentieri.»
Jack manda già due o tre sorsate abbondanti, poi restituisce la borraccia a Kalil.
«Ho sentito che al sud siete messi peggio di noi.», dice. «Che avete delle vere mandrie di morti, che spesso girano addirittura in gruppo e sono più feroci degli altri, forse a causa del caldo.»
«Può darsi.», lo asseconda Kalil. «A me sembrano tutti uguali.»
Il rombo di un altro motore si avvicina. È più lento della Chevrolet e ricorda un trattore. Quando sbuca nella piazza, i tre uomini rimangono a guardarlo attoniti per un lungo istante.
È un enorme mezzo anfibio dell’esercito, con ruote alte due metri e mezzo, forse tre. Corazzato, ricoperto di lamiere d’acciaio e irto di spunzoni acuminati, sembra poter resistere a qualunque attacco che non implichi l’uso di missili o bombe. Ha un cassone posteriore, come quello di un camion, su cui è stata montata una mitragliatrice Hitachi con proiettili perforanti, che ruota su un robusto perno girevole. Sulle fiancate sono stati installati dei lanciagranate Samsung, tre per ogni lato. I vetri del mezzo sono schermati con griglie d’acciaio saldate alla carrozzeria e sul tettuccio e appena sotto il parabrezza sono state montate due file di faretti ad alta luminosità, anch’essi protetti da piccole gabbie metalliche.
«Cazzo.», mormora Jack. «Con quello ce ne andiamo all’Inferno e rompiamo il culo a Satana.»
La Depressione è una distesa di sabbia e roccia, che si estende per chilometri. L’orizzonte è piatto, il caldo insopportabile, oltre i cinquanta gradi. Non c’è ombra. Non c’è niente, fin dove si può spingere lo sguardo. È il regno dei morti: loro non hanno bisogno di acqua e l’aria secca ne rallenta la decomposizione; i paesi al confine dei territori rimasti ai vivi sono abbastanza prossimi da fornire carne in abbondanza.
Il mezzo anfibio corazzato procede a velocià sostenuta, allontanandosi da Saint Desert e puntando ed est. Il pilota, un nero rasato, con grandi occhialoni scuri, una maglietta bianca e dei jeans sdruciti, che fuma sigari grossi come salsicce, tiene il pedale sempre al fondo, schiacciandolo sotto gli anfibi lucidi.
«Hai capito che cosa vogliono?», chiede Jack, seduto nel cassone, con la schiena appoggiata al perno della mitragliatrice.
«Chi?», domanda Nik distratto, mentre smonta e rimonta per l’ennesima volta il mitragliatore avuto in dotazione per la missione suicida, seduto a cavalcioni di un lanciagranate, su un fianco del mezzo.
«Quelli dell’Eden.»
«Cosa, secondo te?», gli domanda Kalil. «Me lo sono chiesto anch’io. Dev’essere roba grossa, se possono pagare un milione a testa per un trasporto come questo, per quanto questi schifosi organi possano essere preziosi per le loro ricerche.»
«L’immortalità.»
«Eh?»
«A questo gli servono gli esperimenti. A che altro, se no? Pensateci: organi vivi su morti redivivi. E cose peggiori. Feti umani dentro quelle cose. Cervelli morti trapiantati sui vivi. Di tutto. Le voci che girano sono vere. Quello che resta di Internet è pieno di questa merda. E tutti concordano sul fatto che quello che cerca MacAllister all’Eden è l’immortalità. Vuole fare in modo che possiamo diventare come i morti viventi, ma restando vivi. E ci sta provando così, da quel pazzo pieno di soldi e senza scrupoli che è.»
Kalil tira una boccata dalla sigaretta e sbuffa.
«Può anche essere.», annuisce. «Ho visto tante cose, che non faticherei a crederci. Un po’ tutti noi, le abbiamo viste, cazzo, da quella volta che al telegiornale hanno detto che in quel paesino dell’est Europa era tornata la fobia della peste vampirica.»
«Quello è stato l’inizio.»
«O la fine. Dipende da come la vedi.»
«A me non frega un cazzo.», dice Nik, facendo scattare la sicura del mitragliatore. «Quello che importa è restare vivi.»
